Numismatica

Centottanta pezzi uniti da un denominatore comune. La collezione numismatica del Museo Nzionale d'Abruzzo di L'Aquila offre un suggestivo spaccato delle arti e delle civiltà che con le loro zecche, le loro dominazioni, i loro traffici mercantili, dal IV sec. a.C. fino agli albori del Risorgimento, seppero offrire a queste contrade.
Fili invisibili legano, alla Storia e tra loro, ciascuna di queste monete, a volte protagoniste più spesso testimoni - di miti e leggende, di grandi pagine del passato, di tanti episodi di vita vissuta nei frequenti scambi tra i volti anonimi di una quotidianità rimasta sempre oscura ai percorsi della memoria. 
Influenzati nell'arte e nel titolo da cospicui influssi della civiltà greca, gli oboli coniati ad Alba Fucens contribuiscono a restituire l'immagine di un'importante città-stato dell'era antica, così vicina eppure distante per concezione e cultura dalla Corfinium capitale della Lega Italica che nei suoi denari, tanto a leggenda osca quanto a leggenda latina, guarderà invece a Roma come riferimento alla propria monetazione, anche se nell'orgoglio precursore di fregiarsi del nome "Italia".
Del popolo sabino, celebre nell'antichità per saggezza e semplicità di costumi, non è rimasta traccia di una produzione che, nel caso, dovette rifarsi ai ponderosi modelli fusi dei limitrofi Etruschi e Piceni, quest'ultimi attivi ad Hatria, l'odierna Atri. La memoria lo evoca però appieno nel curioso denario romano di Titurio ove è riprodotto a tinte forti, il leggendario "ratto delle sabine".
Nei secoli dell'Impero romano la nostra gloriosa Amiternum di memoria virgiliana e le vicine Foruli, Peltuinum, antichi nuclei italici spesso guadagnati alla dignità municipale, non ebbero zecca propria, ma sono egualmente in grado di testimoniare i loro trascorsi attraverso il rinvenimento di numerosi dei reperti numismatici che compongono questa collezione: sesterziassi dupondi sono il privilegiato veicolo di scambio dei rapporti al minuto, probabile indizio di una florida attività commerciale.
Durante le dominazioni barbariche l' Abruzzo non fu immune dal diffuso travaglio economico politico e spirituale che dovette caratterizzare l'Italia. Gli invasori si adeguarono ai modelli bizantini nella produzione di follari sempre più piatti e stilizzati, ben lontani ormai dalla sobria eleganza con cui il federato Atalarico aveva contrassegnato le sue frazioni di siliqua per conto dell'imperatore Giustiniano.
Con la rinascita comunale occorsa durante il basso Medioevo nuovi fermenti rilanciano la produzione monetaria abruzzese, stavolta con autonoma dignità di zecca, prima fra tutte proprio la recente, ma grande e moderna Aquila, potente e nobile città del Regno di Napoli che dal 1381 al 1556 batte con regolarità diversi modelli di rame e d'argento, dai piccoli cavalli ai gotici gigliati, fino all'elegantissima tipologia del S. Michele che uccide il drago raffigurato nei coronati di Ferrante d'Aragona. Ma anche Chieti, Guardiagrele, Ortona, Sulmona e Tagliacozzo imprimono similmente alle valute il marchio della propria potenza.
E laddove non c'è produzione, altri fattori concorrono ad esaltare, delle monete, il particolare valore documetario e "sociale": è il caso del "tesoretto" di ducati d'oro napoletani del '700 rinvenuto alcuni anni fa a Roio di Sangro e in gran parte esposto in queste vetrine. Fu la provvista di un possidente, la dote di una sposa, il bottino di un brigante? L'epoca in cui tali pezzi ebbero corso - e, cioè, trattandosi di metallo nobile, ben al di là del periodo di emissione - potrebbe giustificare ciascuna di queste circostanze.
Resta comunque intatto il fascino di una simile tesaurizzazione, così come le mille implicazioni artistiche e storiche legate ad una disciplina nient'affatto gregaria, come la numismatica.

 Francesco Zimei